Esattamente il
14 giugno di tre anni fa, mia madre si spegnava nel suo letto tra le braccia di
mio padre. La malattia l’aveva spolpata come un cane fa con un osso. Ha
combattuto fin che ha potuto, poi si è arresa perché la lotta era impari.
Quando
perdiamo una persona cara viene a mancare anche un punto di riferimento della
nostra vita. È come levare i cardini a una porta, fino a quando non li
sostituiremo la porta non girerà più. Tuttavia, nonostante il dolore, il senso di
smarrimento, i grandi o piccoli sensi di colpa che ci pungono l’anima, la vita
intorno a noi non si ferma un solo istante. E a non fermarsi non è solo la vita
degli altri, ma anche la nostra. La mia famiglia e io abbiamo accettato la
morte di mia madre perché, nonostante l’età – oggi sessantatré anni sono pochi
per andarsene -, la sua perdita è rimasta nell'ordine naturale delle cose. Se
perdessi uno dei miei figli probabilmente farei un ragionamento diverso. Eppure
ho conosciuto persone straordinarie che, nonostante abbiano visto morire i
propri bambini e qualcosa si sia irrimediabilmente rotto dentro di loro, non
hanno perso la voglia di lottare e continuare a esistere.