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domenica 19 giugno 2016

From Bergamo to Kiev

Esattamente il 14 giugno di tre anni fa, mia madre si spegnava nel suo letto tra le braccia di mio padre. La malattia l’aveva spolpata come un cane fa con un osso. Ha combattuto fin che ha potuto, poi si è arresa perché la lotta era impari.
Quando perdiamo una persona cara viene a mancare anche un punto di riferimento della nostra vita. È come levare i cardini a una porta, fino a quando non li sostituiremo la porta non girerà più. Tuttavia, nonostante il dolore, il senso di smarrimento, i grandi o piccoli sensi di colpa che ci pungono l’anima, la vita intorno a noi non si ferma un solo istante. E a non fermarsi non è solo la vita degli altri, ma anche la nostra. La mia famiglia e io abbiamo accettato la morte di mia madre perché, nonostante l’età – oggi sessantatré anni sono pochi per andarsene -, la sua perdita è rimasta nell'ordine naturale delle cose. Se perdessi uno dei miei figli probabilmente farei un ragionamento diverso. Eppure ho conosciuto persone straordinarie che, nonostante abbiano visto morire i propri bambini e qualcosa si sia irrimediabilmente rotto dentro di loro, non hanno perso la voglia di lottare e continuare a esistere.