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martedì 26 luglio 2016

"Le bisce" un racconto di Giuseppe Novellino

Erano molte le probabilità di incontrare una biscia. Eppure, fino a quel momento, a Giuseppe non era capitato.
Dopo un giugno capriccioso, con quell’alternanza di periodi torridi e umide rinfrescate, la vegetazione era diventata lussureggiante. Ma la maturazione dell’uva procedeva un po’ a rilento. Nonno Celso diceva che “il pittore” era pigro nel passare fra i filari a colorare gli acini. Adesso era luglio, le giornate stabilmente calde e soleggiate.
     – Non ce ne sono di bisce, qua intorno – lo rassicurava il nonno, mentre strappava le erbacce sui terrazzamenti del vigneto. Eppure Giuseppe, ossessionato dall’idea di imbattersi in una di quelle creature striscianti, voleva avere delle certezze. Le parole del nonno non lo tranquillizzavano del tutto, perché erano in contrasto con quelle di Dante, il figlio dello zio Alfonso. Dante era un ragazzo di diciassette anni, alto e magro, capelli neri che portava con un ciuffo alla moda. Stava spesso a torso nudo, indossando blue-jeans aderenti e scoloriti. Si atteggiava a teddy-boy. Doveva essersi accorto delle paure di Giuseppe, e così si divertiva a stuzzicarlo.

domenica 19 giugno 2016

From Bergamo to Kiev

Esattamente il 14 giugno di tre anni fa, mia madre si spegnava nel suo letto tra le braccia di mio padre. La malattia l’aveva spolpata come un cane fa con un osso. Ha combattuto fin che ha potuto, poi si è arresa perché la lotta era impari.
Quando perdiamo una persona cara viene a mancare anche un punto di riferimento della nostra vita. È come levare i cardini a una porta, fino a quando non li sostituiremo la porta non girerà più. Tuttavia, nonostante il dolore, il senso di smarrimento, i grandi o piccoli sensi di colpa che ci pungono l’anima, la vita intorno a noi non si ferma un solo istante. E a non fermarsi non è solo la vita degli altri, ma anche la nostra. La mia famiglia e io abbiamo accettato la morte di mia madre perché, nonostante l’età – oggi sessantatré anni sono pochi per andarsene -, la sua perdita è rimasta nell'ordine naturale delle cose. Se perdessi uno dei miei figli probabilmente farei un ragionamento diverso. Eppure ho conosciuto persone straordinarie che, nonostante abbiano visto morire i propri bambini e qualcosa si sia irrimediabilmente rotto dentro di loro, non hanno perso la voglia di lottare e continuare a esistere.

mercoledì 25 maggio 2016

Salmone, un racconto di Giuseppe Novellino

In questo racconto, Giuseppe Novellino, mette in luce ancora una volta la propria vena ironica. Da bravo autore egli riesce a trovare nelle pieghe di un realismo apparentemente fuori moda la storia da raccontare. Forse ciò che viene narrato in questo racconto è accaduto davvero o forse ciò che Novellino illustra è la rivisitazione letteraria di un fatto che gli hanno raccontato. Poco importa, ciò che conta è che questa storia è stata messa nero su bianco, ciò che conta è che qualcuno la può leggere e trarne le considerazioni che vuole. 

 SALMONE

Pioviggina. Goccioline di acqua ghiacciata sono portate da un venticello che s’infila nei vicoli della città vecchia e frusta dolorosamente la faccia.
     Antonio è appena uscito dal negozio, stringe al fianco il sacchetto di cibarie da poco acquistate; dovrebbe rientrare a casa il prima possibile perché sono quasi le sette e Wanda lo attende per mettere qualcosa in pentola. Ma i piedi gli sono diventati pesanti, come se si volessero rifiutare di portarlo, attraverso le viuzze che sono particolarmente tristi (almeno così a lui sembrano) e fredde, quella sera di fine febbraio.
     Imboccata via Cavallotti, si sente come Cristo sul Calvario. E quando è in prossimità di Piazza Campello, s’infila in un bar. C’è un bel calduccio lì dentro, pochi avventori e dietro il banco una donna bionda, bene in carne, che strofina bicchieri con aria svagata. Da una radio viene la voce di Gino Latilla che canta Tutte le mamme, il suo successo dell’ultimo Sanremo.
     Sceglie un tavolo in fondo al locale, sotto una targa con la reclame della China Martini. Posa il sacchetto su una sedia, si accomoda e accavalla le gambe, guardando davanti a sé con aria avvilita. Infila una mano in tasca per prendere una sigaretta, ma non ne ha. E quando la florida barista gli si avvicina per l’ordinazione, lui risponde: «Un’aranciata». Non che ne abbia voglia, ma non gli viene in mente nient’altro.

venerdì 25 marzo 2016

Aria di Giuseppe Novellino

Quella che pubblichiamo è la storia di una cattiva digestione... Occhio a mangiare pesante prima di mettervi in viaggio perché potreste non riconoscere il Pippo.


I



   - Domani devo andare a Tirano, con il carro – annunciò Giacomo.
   - Fossi in te, non ci andrei – disse Dino.
   - Perché?
   - Perché domani passa il Pippo.
   - Ma è passato ieri.
   - No, ti sbagli: l’altro ieri.
   Giacomo divenne pensieroso, estrasse dalla logora giacca un sacchetto di tabacco e le cartine. Silenziosamente si preparò una sigaretta, mentre l’amico guardava nel bicchiere semivuoto che teneva fra le mani. Solo due lampadine illuminavano il locale. Nella piccola osteria, quella sera di novembre, non c’erano che loro due, come avventori.
   La Carla, una ragazzetta di dodici o tredici anni, stava al banco e asciugava pigramente dei bicchieri. Dopo l’ora di cena ci sarebbe stato più movimento. Il coprifuoco non interessava un paesino come Stazzona. 
   - Ma! – fece Giacomo, dopo avere acceso la sigaretta. – A pensarci bene, che cosa me ne frega del Pippo?
   Dino vuotò il fondo del bicchiere, fece schioccare la lingua e disse:  - Ah, certo, non sei un obiettivo militare, ma con quello non si può mai sapere.
Giacomo scrollò il capo. - Un carro trainato da un cavallo che sta in piedi per pietà e misericordia…
   - Ma il Pippo mitraglia tutto quello che si muove.
   - Solo quando gli gira, però.
   Dino strinse le labbra, dubbioso.
   - La settimana scorsa – disse ancora Giacomo dopo un prolungato silenzio, - è passato e ripassato sopra il treno, dalle parti di Chiuro, ma… niente.
   - Forse non aveva più munizioni.
   - O si è limitato a fotografare.
   - Beh, può essere. Infatti dicono che è un ricognitore.
   - Parte dalla Toscana, o giù di lì. E viene a rompere le scatole qui da noi.
   - Probabilmente deve tenere sotto controllo questa zona di confine
   - E all'occasione dare man forte ai partigiani del Mortirolo.
   Giacomo portò alle labbra il suo bicchiere che non era stato ancora intaccato. Mandò giù un sorso di vinello e aspirò un’avida boccata di fumo.
   - Io a Tirano ci devo proprio andare – disse. – È un bel carico di legna che devo consegnare ai due vecchi Gosatti, altrimenti moriranno di freddo, quest’inverno. È già bella e pronta per essere messa nel fuoco. E i soldi che mi daranno in cambio servono per il vestiario, a me, alla mia Maria e alle mie figlie.
   - Gosatti, il professore? – volle sapere l’amico.
   - Sì, è il Gosatti Pietro, professore alle Magistrali, in pensione. Adesso scrive libri, dei bei libroni sulla storia di Bormio e di Tirano.
   - Ah, sì, un cervellone! – sentenziò Dino.
   - Conosce mia moglie, perché anche lei è di Tirano… ed è una sua lontana parente.
   - E tu gli fornisci la legna.
   - Della mia selva lungo l'Adda. Poca roba, ma buona – assicurò Giacomo.
   - Ah, ti credo: robinie e castagni.
   Giacomo spense il mozzicone nel logoro portacenere e si mise le mani in tasca.
   Sbuffò.
   Dino si era messo a giocherellare con il bicchiere vuoto.


II
  
   
  Il mattino dopo, faceva un freddo cane. La brina imbiancava i prati. Dai tetti delle case uscivano pennacchi di fumo azzurrognolo. Un sottile banco di nebbia avvolgeva il paesello.
   - Ti ho preparato il chiscio - disse Maria, vedendo entrare il marito nell'ampio locale affumicato che faceva da cucina e da soggiorno. Nell'angolo c'era un vecchio e nero camino, con un fuoco che scoppiettava allegramente.
   Giacomo si sfregava le mani, stringendosi nelle spalle, tutto infreddolito. - Brava, Maria, sento l'odore.
   - Tutto a posto?
   - Sì, ho attaccato il cavallo. Fra mezz'ora, al più tardi, mi metterò sulla strada.   
   Maria stava scodellando la tonda frittella di grano saraceno, cotta nel grasso di maiale. Mandava un buon odore, grazie alle croste di formaggio che si erano abbrustolite in superficie.
   - Mi ci vuole, questa mattina - fece Giacomo, sedendosi. Dedicò a Maria uno sguardo di riconoscenza.
   Sua moglie era diventata magra come una saracca, ma possedeva due gambe muscolose che reggevano un corpo ancora flessuoso. Le era affezionato, la chiamava scherzosamente "la mia vecchia ciabatta"; e se lei fingeva di offendersi, la prendeva per un braccio e le appioppava una bella pacca sul culo ancora sodo.
   Giacomo cominciò a mangiare il chiscio, rompendolo a pezzettini con la forchetta. Era buono e lui masticava con gusto.
   - Elisabetta dorme ancora? – domandò con la bocca piena. Era la figlia preferita, una graziosa ragazza di diciassette anni, la più piccola.
   - Sì - rispose Maria – è ancora a letto con la nonna.
   L'altra, Gabriella, una ventenne già fidanzata, si era alzata da un pezzo. Lui l'aveva vista nel pollaio, pochi minuti prima. Gli aveva sempre fatto una certa soggezione, con quel suo fare serio e scontroso. Non vedeva l'ora che si maritasse.
   - È buono questo chiscio.
   - L'ho fatto con la farina avanzata nel sacco bianco - disse lei, aprendo il rubinetto del lavandino.
   Lui smise di masticare e rimase con il boccone in bocca. - Non avrai preso quella farina di segale andata a male, spero. È in un sacco bianco, appunto.
   Maria non rispose subito. Guidava con il palmo della mano il getto d'acqua per sciacquare il lavandino. Poi si girò - No, stai tranquillo, ho preso la farina giusta. - Ma a lui parve di vedere sul volto della donna un'ombra di dubbio, subito fugata.

   - Quella può essere segale cornuta… fa male - disse lui - devo  ricordarmi di buttarla via.
   Maria si strinse nelle spalle. - Mia nonna diceva che fa solo vedere cose che non ci sono.
   Lui inforcò un altro boccone. Lo rigirò sulla forchetta, poi se lo ficcò in bocca.
   - Comunque è una delizia… e con questo freddo è un buon mangiare.
   - Tornerai per mezzogiorno? – volle sapere Maria.
   - Penso proprio di sì. Devo consegnare la legna al Gosatti e… via, me ne torno subito a casa.
   - Di questi tempi non è bello stare troppo in giro.
   - Puoi ben dirlo, Maria.
   - Magari passano i fascisti e ti scambiano per un partigiano.
   - Con il carretto?
   - Quelli non vanno tanto per il sottile e se vedono uno che non gli va a genio…
   - Ma io ti sembro uno sospetto?
   La donna sorrise. - No, tu no. Ma torna a casa subito, hai capito?
   - Ho capito, ho capito.
   Giacomo addentò l'ultimo boccone.


III
    

   - Giornata fredda, eh! - lo apostrofò Pino, un vecchietto che abitava nell'ultima casa del paese. Portava un secchio con del mangime per le galline.
   - Ormai stiamo andando verso il peggio - rispose Giacomo dal carro. Teneva le redini in mano e cercava di spronare il suo ronzino, che quella mattina sembrava più pigro del solito. - Le giornate si stanno accorciando e la brina non ci lascerà più.
   - Vai a Tirano? – domandò l’anziano.
   - Sì, devo consegnare questo carico di legna.
   - Buona, a quanto vedo.
   - Sicuro: robinia e castagno.
   Pino gli fece un gesto di saluto.
   - Buona giornata anche a te.
   Solo quattro chilometri e mezzo, ma con quel carretto era sempre una bella passeggiata, andata e ritorno. Ma ce l'avrebbe fatta in mattinata. Lo aveva promesso alla sua Maria.
    Si mise sulla stretta carreggiata in terra battuta che costeggiava l'Adda. Il carro procedeva lentamente, traballando qua e là su ciottoli e avvallamenti del terreno. Ogni tanto sembrava scivolare di lato per avere messo le ruote nei solchi induriti, prodotti dai traini del giorno prima. Su quella stradicciola non passavano automobili, solo carretti, persone a piedi o qualche animale. Alcuni giorni prima, in quel punto, era transitata una motocicletta della Tot. Il soldato tedesco che la montava aveva occhialoni scuri e sembrava divertirsi a correre sul terreno accidentato.
   Giacomo procedeva lentamente da circa dieci minuti, quando si accorse di provare una strana sonnolenza. Forse era il ritmo monotono dell’andatura, o forse l'ondeggiare della coda dell'animale che produceva una specie di ipnosi; fatto sta che lui si trovò ben presto a lottare contro una voglia impellente di chiudere gli occhi.
   Eppure quella notte aveva dormito bene, otto ore filate.
   La testa gli cadde sulle spalle. Subito si riscosse, rendendosi conto che non riusciva più a resistere al sonno.
   Cullato dal monotono cigolio del carro, pensò che forse era tutta colpa del chiscio che gli aveva preparato la sua Maria. Qualcuno poteva non digerire, di buon mattino, quella tipica frittela di grano saraceno con croste di formaggio, fritta nello strutto. Ma lui era abituato.
   Stava proprio per arrendersi alla sonnolenza, quando udì, alle sue spalle, un rumore assordante. Sembrava il ruggito di un grosso animale delle foreste africane.
   Si riscosse dal torpore. Tenendo le redini con una mano sola si girò e guardò in alto, nel cielo.
   Un enorme uccello stava planando su di lui. Sembrava una creatura uscita dalle pagine di una storia fantastica, l'orrida bestia volante creata dalla mente di uno scrittore pazzo.
   Passò veloce sopra di lui, sibilando. Poi riprese quota, sopra le prime case di Tirano.  Per un momento Giacomo, impietrito, ebbe la sensazione che l'uccello virasse di lato per riabbassarsi su di lui, ghermirlo con quegli artigli terrificanti che riverberavano al sole. Ma fu solo una fuggevole impressione. Il mostro, sbattendo due enormi ali di pipistrello, continuava a prendere quota verso il massiccio del Mortirolo.
   - Ehi, del carro!
   La voce veniva dal greto del fiume. Apparve una figura di uomo con un cappellaccio a larghe tese. In mano teneva quella che sembrava una canna da pesca. Era apparso da dietro un cespuglio di sambuco.
   Il carro intanto si era arrestato. Il pescatore si avvicinò.
   - Per un momento ho avuto paura, sapete? – disse il pescatore.
   Giacomo era ancora stordito. Emise una specie di grugnito. - Cos’era?
   - Il Pippo. L'ho visto arrivare, d’improvviso. Ho pensato che mitragliasse. Dicono che a volte tira su tutto quello che si muove.
   - Ma siete sicuro… Era proprio il P-Pippo?
   - E cosa se no.
   - Sbatteva le ali…
-  Come un uccello… Avete le traveggole?
- Chi, io?
- Siete bianco come un morto. E lo credo! L'avete scampata bella. Sapete cosa vi dico?
- Che cosa?
- Toglietevi dalla strada – lo consigliò il pescatore. - Quello può tornare, e magari…
- Avete ragione.
 Spinto da una nuova energia spronò il ronzino e cercò di percorrere il più velocemente possibile il tratto che gli rimaneva prima di entrare nella cittadina. Nello stomaco gli danzavano i resti mal digeriti del chiscio.
   Che la moglie avesse usato farina guasta? La segale cornuta?
   Scacciò il pensiero e si concentrò sulla strada.




  

venerdì 4 marzo 2016

Mille chilometri di Giuseppe Novellino

Come ti capisco Giuseppe! Non so se questo tuo racconto sia autobiografico... Suppongo lo sia. Benché di qualche anno più giovane di te, quei viaggi verso la "Terronia", in estate, li ho compiuti anche io. Non erano gli anni Sessanta, ma la fine dei Settanta e l'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, e l'auto che utilizzavamo per arrivare fino in Lucania - dove Cristo non mise mai piede - era una Fiat 127 di un colore blu molto cupo. Alla macchina le avevamo anche dato un nome: si chiamava Isotta come la protagonista della canzone di Pippo Franco che a quei tempi andava di moda tra i bambini. Ricordo che quando cambiammo auto né io, né mia madre, né mio fratello riuscimmo a trattenere le lacrime. L'unico entusiasta era mio padre che, finalmente, dopo tanti sacrifici, era riuscito ad acquistare una Peugeot 309... Agli occhi di mio padre la nuova macchina era una deluxe. 


       
     L’estate stava per cominciare e il viaggio era ormai nell’aria.
     I miei pensieri si rivolgevano solo a ciò che ci aspettava: l’impresa di attraversare l’Italia in Cinquecento. L’avventura di Marco Polo mi sembrava una bazzecola al confronto.

     Papà tornò a casa, una calda sera di giugno, con una strana espressione dipinta sul volto. Era un misto di complicità, di riflessione e di suspense.
     - Allora, che ti hanno detto? – chiese la mamma, mentre rimestava il minestrone.
     Lui si sedette al tavolo di cucina e sospirò. Rimase a lungo in silenzio.
     Mio fratello Lorenzo e io stavamo giocando a dama. Ci interrompemmo e lo guardammo come se fosse un giudice in procinto di emettere la sentenza.
     - Il signor Sertori – disse -  mi ha assicurato… Basta andare con prudenza, insomma, senza affaticarla. Ogni settanta-ottanta chilometri ci fermeremo per far respirare il motore. La Cinquecento potrebbe portarci fino a Capo Nord.
     Noi invece andavamo a sud. Destinazione: Alta Irpinia, terra d’origine di mio padre. Da Sondrio a Lacedonia, un viaggio di mille chilometri.
     Era il giugno del 1961. La mia famiglia si accingeva a vivere la prima villeggiatura in automobile. Mio padre era maestro elementare, aveva l’estate tutta per sé.
     La Fiat Cinquecento era nuova di zecca, verde prato, targata SO-15797: uno scatolino dalla vernice e dalle cromature fiammanti, con un odore di plastica all’interno che ne garantiva la verginità. Anche per noi era arrivata, dunque, la libertà su quattro ruote.

    E venne il giorno della partenza. Io e i miei fratelli eravamo elettrizzati. Mamma e papà facevano fatica a tenerci a freno, con tutta l’ansia di non dimenticare qualcosa. Dovevamo attraversare l’Italia in gran parte della sua lunghezza, e poi ci aspettavano due mesi di soggiorno in quel paese sperduto sulle gialle colline dell’Irpinia.
     Ci mettemmo in macchina alle sei e trenta del mattino. Dopo quasi tre ore raggiungemmo Lecco, distante ottantatre chilometri. La tortuosa strada lungo la sponda orientale del lago di Como era, anche per i tempi, trafficata, e ci aveva costretto a un’andatura da lumaca. Mio padre aveva voluto attenersi scrupolosamente ai consigli della concessionaria Sertori: dopo settanta chilometri, si era fermato per quasi mezzora, aveva aperto lo sportello posteriore e aveva fatto riposare il motore.
     Viaggiavamo scomodi, ma felici. La macchina era sovraccarica, con quel muro di valige legate al portapacchi. Sul sedile anteriore, mia madre teneva in braccio Marco, il fratellino di tre anni. Su quello posteriore, mia sorella Elisabetta, io e Lorenzo. Stavo seduto nel mezzo perché volevo vedere la strada, e poi mi piaceva osservare le manovre che papà faceva nella guida.
     Ma presto venne la stanchezza. Il ronzare del motore mi metteva sonnolenza, accentuata dal caldo che i vetri abbassati non riuscivano a mitigare. I miei fratelli, costretti contro i finestrini, ogni tanto manifestavano insofferenza. Mia madre faceva di tutto per tenere buono Marco.
     Verso le tre del pomeriggio giungemmo alla prima meta del viaggio: una cascina presso Mantova, dove viveva una cugina di mia madre.
     - Benvenuti – ci accolsero lei e il marito.
     Mio padre era stravolto per la guida. Ricambiò i saluti e fece notare, con evidente orgoglio, la nuova vetturetta che ci aveva portati sani e salvi fin lì.
     - Quanto pensi di impiegare per arrivare al tuo paese, Antonio? – chiese Elvia, la cugina di mia madre. Non aveva la minima idea dove fosse Lacedonia. Sapeva solo che si trovava in Terronia e che i chilometri si dovevano contare almeno nell’ordine delle migliaia.
     - Per domani sera – rispose con sicurezza papà.
     Così ci riposammo e godemmo della calda ospitalità della cascina.
     Io e i miei fratelli facemmo una certa amicizia con i figli di Elvia. Mi rimase impressa la loro lingua (il dialetto mantovano), che mi faceva l’effetto di un idioma straniero. Mantova mi sembrava distante da Sondrio, quasi come l’Italia dall’America.

     Il giorno dopo, prestissimo, ci rimettemmo in marcia.
     Mio padre cantava La montanara e O sole mio. Teneva il volante con una mano e con l’altra gesticolava al ritmo della musica. Anche noi eravamo allegri. Marco, sulle ginocchia della mamma, si muoveva come un folletto.
     A lungo andare, i rettifili del Ferrarese e del Ravennate ci provocarono una torbida sonnolenza. L’asfalto riverberava. Fughe di pioppi e distese di campi rendevano monotono il nostro procedere. Ogni ottanta chilometri ci fermavamo e uscivamo per sgranchire le gambe. Mi sentivo come una sardina tolta dalla scatola. Prima di arrivare a Rimini, mio padre si esibì nel quarto sorpasso di un camion. Gli altri tre risalivano al giorno prima, lungo le statali di Bergamo e Brescia.
     - Ce la fai? – chiese con apprensione mia madre, sporgendosi a sinistra per vedere a sua volta se la strada fosse libera.
     - Tranquilla, Wanda.
     - Arriva una macchina, stai attento! – gridò lei.
     - Sì… è passata. Adesso ci provo.
     Con uno strappone scalò dalla quarta alla terza, fece tossire il motore, e via…
     Ma il rettilineo stava finendo e la piccola automobile arrancava disperatamente per rientrare nella sua corsia. Ce la facemmo per un pelo. Dalla curva sbucò una Fiat 1400, che ci incrociò con un rabbioso e lacerante suono di clacson.
     Poi vedemmo il mare.

     Il viaggio per un po’ divenne più piacevole, ma ben presto ritornarono la noia e la fatica.
     Bisognava fare tutti quei percorsi urbani. Non c’erano tangenziali, a quell’epoca, nemmeno circonvallazioni. Le cittadine adriatiche venivano attraversate nel centro, là dove la Statale 16 si trasformava in lungomare. Un vero stillicidio.
     Fano, Senigallia, Falconara Marittima. E poi Ancona.
     Il motore della Cinquecento si era surriscaldato e dovemmo fermarci un po’ più del solito.
     Arrivammo a San Benedetto del Tronto che faceva ormai notte. Altro che raggiungere la meta in serata! Passammo la notte sul ciglio della strada, fra i pini marittimi, mentre cantavano i grilli e un venticello portava aria salmastra. Per un po’ ci assopimmo in macchina. Poi papà e mamma stesero una coperta nell’erba secca. Così ci allargammo, facendo le cinque di una fresca mattina d’estate.
     Quando ci rimettemmo in macchina, papà disse: - Fra sessanta chilometri siamo a Pescara, e quando saremo a Pescara è come se fossimo a casa. Là, comincerò a sentire l’aria del mio paese.
     Pescara la superammo solo dopo due ore. E poi, giù, lungo il rimanente della costa adriatica, verso Termoli.

     Era passato mezzogiorno, quando lasciammo la costa per inoltrarci nel Tavoliere delle Puglie.
     La fatica stava diventando insostenibile. La Cinquecento emetteva una specie di ronzio soffiante, segno che il motore era messo a dura prova.
     Ci trovavamo in una specie di deserto, tra campi di grano a perdita d’occhio da poco mietuti.
     Lungo un rettilineo in pendenza, dalle parti di Serra Capriola, mia madre osservò: - Antonio, perché vai così adagio? Non passa nessuno… e siamo in discesa.
     - Ma che dici? – fece mio padre. – Non vedi che siamo in salita?
     I miei tre fratelli si erano addormentati. Io provavo la stessa sensazione di mio padre, ma ebbi il dubbio che fosse quella giusta.
     La scatola su quattro ruote era diventata un forno, sotto il sole spietato del Tavoliere. E fu con vero coraggio, con la forza che dovevano avere i grandi pionieri, che riuscimmo ad attraversarlo.
     Quando fummo sui primi contrafforti dell’Appennino, tra i monti della Daunia e quelli dell’Irpinia, papà accostò la macchina per la solita rinfrescata al motore. Ci fece scendere e ordinò:  - Respirate tutti a pieni polmoni. Ecco l’aria del mio paese!
     E quando poi arrivammo, la nostra fu un’entrata degna dell’impresa che avevamo compiuto. Mentre affrontavamo le ultime curve che ci portavano in paese, la gente ci guardava con vero stupore, si chiedeva da dove venisse quella macchinetta verde prato, stipata di gente e schiacciata da una pila di valige. La vedevano passare, e provavano a leggere la targa: donne sedute a ricamare sull’uscio di casa, il barbiere che aspettava il primo cliente del tardo pomeriggio, il sacrista della Chiesa di Santa Maria che apriva il portale per la messa vespertina. E giunti nel piazzale antistante l’Istituto Magistrale, prima di imboccare il vicolo dove sorgeva la casa dei miei nonni, dovemmo sostare a lungo dietro una fila di contadini con muli e asini che tornavano dalla campagna. E quella fu l’ultima coda, fu l’ultimo rallentamento di quel viaggio durato tre giorni.
     La mamma, stravolta per la stanchezza, disse: - Ecco, bambini, siamo a Lacedonia. Mille chilometri da casa nostra. Qui ci staremo per quasi due mesi.
    Ma il mio pensiero andava al prossimo viaggio. E pensai che due mesi sarebbe stato un lasso di tempo troppo breve, tra l’andata e il ritorno.


giovedì 25 febbraio 2016

Ci segnalano e segnaliamo: "Gli apostoli del ciabattino."

In attesa di pubblicare un altro bellissimo racconto di Giuseppe Novellino intitolato "Mille chilometri" vi segnaliamo il libro, edito da Edizioni Paginauno, di Massimo Viaggi.




Un intenso racconto umano
Uno sguardo su una realtà contadina che non c’è più
e un mondo di guerre che ancora conosciamo

Giuseppe ha solo otto anni quando il padre Dante capisce che da lui non potrà aspettarsi niente di buono: è svagato, testardo, e non apre mai bocca. Eppure sa parlare, e soprattutto sa ascoltare. La sua educazione alla vita sono le storie che la madre racconta, di contadini furbi e santi irosi, animali da cortile e uomini selvatici. Faticosamente diventa adulto, e anche se in famiglia nessuno si occupa di politica, se Giuseppe non vive che nelle sue fantasie, se Dante non pensa ad altro che al grano e alla canapa, nessuno può preservarsi dal contagio che intorno si diffonde come peste: sono gli anni Venti, e nelle campagne del bolognese esplode lo squadrismo delle camicie nere. E Giuseppe è chiamato a partire soldato per portare la ‘civiltà’ agli abissini.

Massimo Vaggi è nato a Domodossola nel 1957 e vive a Bologna, dove lavora come avvocato. È consulente della Fiom e della Cgil. Ha pubblicato: Un silenzio perfetto (Pendragon, 1996), Tu, musica divina (Interlinea, 1999), Delle onde e dell’aria (Mobydick, 2002), Al mare lontano (Pendragon, 2005), Sarajevo novantadue (Paginauno, 2012). Suoi racconti compaiono nelle collettanee Sorci verdi (Alegre, 2011) e Lavoro vivo (Alegre, 2012). È uno dei fondatori e redattore di Nuova Rivista Letteraria.

 
Edizioni paginauno
186 pagine | 15,00 euro 
ISBN 9788890926389




venerdì 12 febbraio 2016

Novembre recanatese di Giuseppe Novellino

Ha un sapore antico questo stupendo raccontino che Giuseppe Novellino ci propone qui di seguito. Con rara capacità, l'autore ha saputo immedesimarsi in un'atmosfera d'altri tempi ricreando una rappresentazione efficacie  di un momento domestico tipica dei quadri ottocenteschi, ma anche molto vicina a quello che potrebbe essere il nostro immaginario. Tale rappresentazione risiede tutta nello stile linguistico utilizzato. Ma c'è di più. Novellino ha parodiato magistralmente gli atteggiamenti genitoriali che ancora oggi si riscontrano nelle famiglie di ogni classe sociale. I genitori, il più delle volte, non comprendono il valore dei figli, anche quando quel valore è palesemente manifesto.  





Saliva dal cortile un odore di caldarroste. L’aria era immota, gradevolmente tiepida, e il sole già si eclissava dietro le colline.
    Il Conte Monaldo chiuse la finestra. Ormai l’atmosfera del salottino si era rinnovata e adesso potevano bere in santa pace la loro cioccolata. La moglie Adelaide, già seduta al tavolino, armeggiava con il servizio di porcellana.
     - Marito mio, siete servito. Non indugiate, altrimenti si raffredda.
     Bofonchiando, lui si sedette, stringendosi nella giacca da camera.
     - Codesta recente abitudine della cioccolata alle cinque – disse il conte - comincia a disturbarmi l’appetito per la cena. Ma tant’è. Il piacere deve avere pure i suoi costi.
     - Bevete, bevete. Il potere di questa bevanda è comprovato: stempera le malinconie, tonifica il fegato e corrobora il cuore. Ma con moderazione, certo. Dopotutto la nostra pratica non è quotidiana. Di sabato e di lunedì non la beviamo; e neppure il venerdì, essendo il giorno della passione di Nostro Signore Gesù Cristo. In tale misura la cioccolata è portatrice di sano e moderato piacere, lecito in ogni caso e gradito allo spirito.
     - Adelaide, voi vedete tutto attraverso la lente della virtù.
     - L’unica visuale che ci è consentita.
     - D’accordo – fece Monaldo, afferrando la tazza fumante. – Che dire allora degli abitanti della lontana Albione? Essi prendono puntualmente il tè alle cinque di ogni sacrosanto giorno dell’anno. Capisco che il piacere che arreca quella bevanda non è equivalente a questo della cioccolata. Eppure essi l’accompagnano sovente con biscottini burrosi, pastarelle, tortine e quant’altro. Tutto cibo che appesantisce il corpo e ottenebra la mente.
     Adelaide fece una risatina. – Certo il pericolo cui vanno incontro gli inglesi risulta evidente. Ma non sono forse essi scomunicati dalla nostra Santa Madre Chiesa Romana?
      - Non tutti, mia cara, non tutti.
      - Coloro che rispondono al Papa faranno certamente le debite penitenze, per la gloria del Signore.
      Sorseggiarono la loro cioccolata in silenzio.
      Fu dopo un bel momento che Adelaide estrasse un foglio di carta dalla manica dell’abito. - Mi sembra il momento adatto per sentire un vostro parere su questo componimento.
     - Di che si tratta? – fece Monaldo con noncuranza, posando la tazza sul tavolino.
     - D’una strana poesiola del nostro Giacomo.
     - Ve la diede egli stesso? – domandò il conte, con un certo stupore. – Mi sembra egli geloso delle sue composizioni. Di recente tralascia gli studi e la seria erudizione per scrivere cosucce che son forse una perdita di tempo. – Scosse il capo. – Mia cara, non sarete voi complice della sua vanità?
     - Dio me ne guardi! – esclamò lei, irrigidendosi. – Non vedo pur io di buon occhio il perdersi di Giacomo dietro l’idea d’anteporre l’invenzione propria e peregrina allo studio de’ classici.
     - Quindi…
     - Quindi non fu egli a parlarmene. Fui io a ritrovarla, in un angolo del suo scrittoio. La copiai su un altro foglio ed eccola qui, pronta per essere riletta.
     - Sentiamo.
     - Premetto, signor marito, che essa è un poco strana. Oh, non nella forma, ch’io tra l’altro non son atta a giudicare. Ma il suo contenuto, ricopiandola, ha suscitato i me un certo straniamento.
     Lesse:

     Qual diletto da queste carte,
ond’io al fioco lume
per lenir l’intime mie piaghe vo traendo,
se poi inquieto s’abbandona l’animo mio
 vagheggiando un ben più giovevole fruire
di questo nobile sapere?
Sogno fu, quello, oppur visione?
Dire non so, or che il petto trema
ancora al suo ricordo.
     Vidi non più fogli e ponderosi tomi,
non più cartacei documenti
ma lo scibil tutto antivedetti:
li pensieri antichi e quelli nuovi che il mondo
ogn’or va visitando, offrirsi al desioso intelletto
con novella forza inusitata.
E l’onirico nume, che visitar volle la mia anima sopita,
mostrommi qual meraviglia fusse
lo pigiare un tasto e riveder con luminoso arredo
offrirsi agli occhi miei tristi e affaticati
ogni nozione
ogni opera dell’italiche lettere e straniere
con prodigiosa improntitudine e gaiezza.
(3 novembre 1817 – notte)

     Le parole risuonarono per un lungo momento nel silenzio della stanza fiocamente illuminata.
     - Versi davvero singolari… direi astrusi – fece Monaldo, lasciandosi sfuggire un sospiro.
     - Come possono esserlo tutti quelli che parlano di sogni.
     - Già, egli stesso lo dice. Com’era scritto?
     - “Fu sogno, quello, oppur visione”? – rilesse Adelaide.
     Il conte si passò una mano sul mento e guardò la moglie con sguardo pensieroso. – Il nostro Giacomo forse è affaticato da tanto studio. Ma proprio per questo dovrebbe dedicare il tempo libero a qualche passeggiata per le vie di Recanati o pei campi, che ora si tingon di gai colori, ancor non spogli e stretti nella morsa del gelo. Dedicarsi invece a codesti passatempi letterari affatica il cervello, che dovrebbe avere, invece, utile ristoro.
     - Tanto più – lo incalzò la moglie – che simili fantasie sono alquanto dispersive per l’animo, tanto più per quello del nostro figliolo, così sensibile. Se invece di scrivere stupidaggini, orientasse la mente e il cuore alla preghiera, andasse più assiduamente alle sacre funzioni, ricaverebbe maggior giovamento per la salute sua del corpo, dell’anima e della mente.
     Ci fu un breve silenzio. Attraverso i vetri baluginava il chiarore residuo del cielo occidentale. Poi il conte Monaldo disse:
     - Gli parlerò, ma senza alludere a codesta strana e, lasciatemelo dire, insulsa composizione.
     - Certo – approvò Adelaide, - tanto più che il sospetto che io abbia rovistato fra le sue carte renderebbe me colpevole di insana curiosità ai suoi occhi. Il che, per una madre premurosa, mi sembra ingiusto. – Quindi si alzò e andò a tirare il cordoncino per chiamare la domestica.
     La quale prontamente arrivò.
     - Questa sera – ordinò la signora – mangeremmo volentieri, come dessert, due caldarroste con un bicchierino di vin santo. Veniva dal cortile un buon profumino, poc’anzi. Non è vero, caro marito?
     - Certo, Adelaide, certo… - mormorò Monaldo soprappensiero.
     


sabato 23 gennaio 2016

Senza sonno


È stata una notte di merda. Quasi non ho chiuso occhio. Sarà stata la focaccia farcita della sera prima, ripiena di mozzarella e prosciutto, che mi procura sempre una sete da disperso nel deserto. O la giornata, un po’ così, che ho passato nella speranza che accadesse qualcosa che non è accaduto. Mi sono coricato nel letto alla una e trentacinque minuti, ho preso sonno quasi subito, solo il tempo di fare il segno della Croce. Non che sia un credente praticante, ma se non mi segno e blatero una specie di preghiera, ogni volta che mi sdraio, mi è impossibile chiudere gli occhi. Io la chiamo la sindrome del commesso. Immaginatevi il commesso di un negozio che, giunto alla fine dell’orario di lavoro, se ne va a casa senza chiudere la cassa. Per me è un po’ così. Negli anni è diventato un rituale che mi è rimasto appiccicato addosso dall’infanzia. Retaggio di un’educazione cattolica convenzionale. In realtà, quando ero molto piccolo, e mio padre era via quasi tutta la settimana per lavoro e abitavamo in una casa che era una scatola di sardine, mia madre mi metteva a dormire nel letto con lei e mi raccontava sempre qualcosa su Gesù che si chiudeva poi con una preghiera. Quando nacque mio fratello, e prima che cambiassimo casa, metteva nel lettone anche lui. Il Gesù che raccontava mia madre era diverso da quello che raccontavano le suore e i preti all’asilo. O almeno a me sembrava diverso, era il personaggio buono di una storia, un po’ più di Pinocchio e un po’ meno di Superman.
Mia madre non era una donna particolarmente religiosa, mio padre neppure e io sono cresciuto come loro. Da bambino però mi costringevano ad andare a messa, che ogni tanto bidonavo per correre a vedere la partita di calcio dei ragazzi più grandi di me al campetto dell’oratorio lì vicino. Ho frequentato anche il catechismo e ho fatto la comunione e la cresima e molti anni dopo mi sono anche sposato in chiesa.
Intorno ai sette o otto anni ho avuto una crisi mistica. I miei, un’estate, su consiglio del medico,  mi avevano spedito in una colonia in Liguria, a San Remo. Colonia fra l’altro gestita da suore. Io non ci volevo stare, prima che spegnessero le luci degli enormi cameroni e ci minacciassero di metterci a dormire, pensavo a casa e mi veniva sempre il magone. Sentivo qualche altro bambino singhiozzare, forse anch’io ho versato qualche lacrima, ma non me lo ricordo più. Ad ogni modo, fu in quella colonia che decisi di fare come Gesù e di aiutare gli altri. Un giorno mi convinsi che un bambino stava per affogare in mare, io mi tuffai con il salvagente di Goldrake e tentati di salvarlo, ma lui, colpito dalla mia generosità, quasi mi strappò un occhio e mi bucò il salvagente con un’unghiata.
Volevo essere buono come Gesù, ma non volevo fare il prete e pregavo affinché non mi arrivasse nessuna chiamata diretta da Dio. Il vecchio parroco, che a scuola veniva a insegnarci religione, ci diceva sempre che Dio, se avesse voluto, ci avrebbe premiato col dono della vocazione. Nel mio immaginario la vocazione era una specie di chiamata interurbana che mi avrebbe svegliato nel cuore della notte, magari squarciando il soffitto, vomitandomi addosso una luce accecante, nella quale la voce potente di Dio mi avrebbe detto, a chiare lettere e senza possibilità di contrattazione, che avrei dovuto dedicare la mia vita a lui. Per me era un’ansia.
Pregavo e dicevo: «Gesù, Dio… Voglio essere buono, ma ti prego… Ti prego, non chiedermi di diventare prete». Per una volta fui ascoltato.
Intorno ai diciotto anni dissi a mia madre che forse ero ateo o agnostico: «Forse più agnostico che ateo…» le dissi, come se la cosa non avesse alcuna importanza. Lei quasi si mise a piangere, mio padre, quando lo seppe, si sfilò la cintura dei pantaloni e mi minacciò di darmele come quando mi minacciava da piccolo se ne combinavo qualcuna.
Quando tre anni fa è morta mia madre, mi sono chiesto se lei, durante l’anno di terapie, credesse ancora in Dio. E se ci credeva chissà cosa gli chiedeva la notte in ospedale. Cosa chiedeva a Dio quando il buio e la paura le penetravano l’anima fino al midollo, mentre i neon pallidi e tremolanti del reparto di oncologia mandavano flebili segnali, quando le luci di una città si accendevano negli appartamenti e nelle strade ancora leggermente trafficate e lei poteva vedere questo sfolgorio sbiadito solo dal riquadro di una fredda finestra? Non lo saprò mai.


E comunque questa notte è stata di merda. Alle cinque e mezza ho aperto gli occhi mi sono girato cento volte sotto le coperte. Sentivo mia moglie respirare male a causa del raffreddore, mia figlia, nella culla accanto al nostro letto, dormiva anche lei un sonno un po’ agitato e ogni tanto chiamava Dart Fener. Al momento, colpa del fratello, è presa male con Star Wars. Mio figlio maggiore, invece, dormiva il sonno dei giusti: dei giusti e dei pigroni. Il sabato non ha scuola e prima delle nove e mezza o dieci non si sarebbe mai alzato. Io, invece, ho atteso ancora un po’. Poi quando i numeri rossi della radiosveglia digitale hanno segnato le sei in punto, mi sono alzato e sono andato in salotto. Ho preso il libro che sto leggendo e ho provato a mettermi sul divano. In quel momento è arrivata mia moglie e mi ha detto che doveva far cambiare l’aria ai locali della zona giorno del nostro appartamento, ho chiesto se poteva farlo dopo. Ha detto: «No! Non posso farlo dopo. Dopo si svegliano i bambini». Poi è tornata a letto ed io, dato che è gennaio, sono andato nello studio dove ho aperto il computer e ho iniziato a scrivere...